de rerum natura

I libro

Il poema si apre con un inno a Venere, principio vivificante della natura e simbolo dell'hedonè epicurea. Segue il primo elogio di Epicuro, che ha liberato il genere umano dall'oppressione della religio, la vana superstizione religiosa che spinge a delitti inutili e orrendi come il sacrificio di Ifigenia. Ha inizio la trattazione della fisica epicurea. Prima dimostrazione: nulla nasce dal nulla per un intervento divino; nulla ritorna al nulla. In natura non esiste altro che materia e vuoto, entrambi eterni: la materia è costituita da atomi (rerum primordia) che possono muoversi incessantemente, aggregarsi e disaggregarsi, grazie al vuoto (inane). Vengono confutati quei filosofi che hanno sostenuto teorie diverse circa le origini e i principi costitutivi dell'universo: Eraclito, Anassimene, Talete, Zenone di Elea, Empedocle e Anassagora. A questo punto Lucrezio inserisce un'apologia della poesia, che con la sua grazia (lepos) e con la dolcezza del suo miele rende grata ed accessibile una materia ardua ed oscura. Egli è il primo a percorrere questi ignoti sentieri, mosso dall'ardore intenso dell'aspirazione poetica e da una grande speranza di gloria. L'universo è infinito: gli atomi sono infiniti per numero, ed infinito è lo spazio in cui si muovono. Pertanto l'universo, così come non ha limiti, non ha neppure un centro.

Libro II

Nel proemio Lucrezio delinea l'ideale condizione del sapiens, che dall'alto dei templa serena edificati dalla filosofia può contemplare imperturbato le follie degli altri uomini, vanamente protesi ad inseguire gli onori, la ricchezza e il potere. Il libro tratta del moto, della varietà di forme dell'aggregarsi e del disgregarsi degli atomi, che si muovono incessantemente nel vuoto secondo un modo di caduta verticale, sospinti dal loro peso. Ma perché gli atomi possano urtarsi e aggregarsi fra loro formando i vari corpi, occorre che si verifichi una minima deviazione dalla verticale di caduta, il clinomen: un moto spontaneo, un fattore non determinabile che rende possibile anche il libero arbitrio dell'uomo sottraendolo al ferreo determinismo degli atomisti più antichi. Nell'universo infinito esiste certamente una pluralità di mondi: non è vero-simile infatti che il nostro sia l'unico ad essere scaturito dalle innumerevoli e ininterrotte combinazioni degli atomi. La terra, come tutti gli aggregati atomici, è destinata a perire, cioè a disgregarsi, dopo aver attraversato un periodo di accrescimento. Da manifesti segni di esaurimento, stanchezza e decadenza, appare chiaro come stia ormai avviandosi alla decrepitezza e alla morte.

Libro III

Interamente dedicato a un'approfondita indagine dell'anima umana, il libro si propone lo scopo di liberare gli uomini dal metus mortis. Nel proemio viene nuovamente celebrato Epicuro, che con i suoi insegnamenti ha sconfitto questo terrore ossessionante. L'anima è mortale, esattamente come il corpo a cui è legata. Animus (la mente, sede delle facoltà razionali) e anima  (il principio vitale diffuso in tutte le membra), entrambi di natura materiale, sono aggregati di atomi sottilissimi e leggeri, destinati a disperdersi con la morte, che rappresenta l'abolizione totale della coscienza e della sensibilità. La morte non è dunque nulla per noi e non ci riguarda affatto. L'oltretomba esiste soltanto nei racconti favolosi dei poeti; i tormenti infernali sono piuttosto una proiezione, o se si vuole un'allegoria, degli affanni che opprimono gli uomini in questa vita,e che possono dileguarsi unicamente alla luce della chiara conoscenza  razionale. Segue la descrizione degli stati di inquietudine, di morbosa fantasticheria e di tedio in cui possono precipitare gli uomini che non si applicano allo studio della natura.

Libro IV

Viene esposta la teoria della sensazione e della conoscenza. All'origine delle nostre sensazioni stanno i simulacra, membrane sottilissime che si staccano incessantemente dai corpi e vengono a colpire i nostri sensi, producendo le diverse sensazioni. Il pensiero stesso è causato da simulacra ancor più sottili che giungono alla mente attraverso gli interstizi del corpo. Non esiste alcuna conoscenza che non provenga dai sensi: tutta l'attività psicologica dell'uomo è riconducibile nell'ambito delle leggi fisiche. Dopo aver trattato, coerentemente a tali premesse, del sonno e dei sogni, Lucrezio si sofferma in particolare sui sogni erotici, traendone lo spunto per un'analisi impietosa e crudamente realistica della passione d'amore: quando non si limita al semplice appagamento del naturale istinto sessuale, l'amore è una morbosa ossessione, fonte di irrazionale turbamento e di feroci sofferenze.

Libro V

Dopo un ulteriore elogio di Epicuro che ha elargito agli uomini doni ben più grandi di quelli tradizionalmente attribuiti agli dei, Lucrezio si accinge a cantare le origini del mondo e delle specie viventi, i moti e le vicende degli astri, la storia dell'umanità. Gli dei esistono, ma le loro beate dimore sono fuori da questo mondo, ed essi non si curano degli uomini né hanno creato un mondo per loro: del resto è di per sé evidente che la terra non è fatta per l'uomo, tanto la vita che la nostra specie vi conduce è misera, disagiata e faticosa. Il cielo, il mare, la terra sono scaturiti da un caos primigenio di atomi vorticanti, casualmente non certo in virtù di un piano preordinato; il mondo non è eterno ed è destinato a perire un giorno catastroficamente. La terra ha prodotto molte specie di esseri viventi per generazione spontanea, ma soltanto alcune, secondo una legge di selezione naturale, sono sopravvissute e hanno assunto caratteristiche fisse. Nella seconda parte del libro trova posto una grandiosa sintesi della storia dell'umanità: da una condizione primitiva  la specie umana, con le sue sole forze, spinta dal bisogno, ha progredito a poco a poco verso forme sempre più complesse di vita associata e di civiltà, quantunque sotto certi aspetti al poeta la vita semplice ed aspra dei primitivi sembri preferibile a quella delle epoche più raffinate.

Libro VI

Il libro si apre con l'elogio di Atene gloriosa e di Epicuro suo figlio, che ha dato agli uomini il bene più grande, la tranquillità dell'animo. Seguono l'analisi e la spiegazione dei grandi fenomeni naturali, atmosferici e terrestri, che con la loro terribilità vengono superstiziosamente attribuiti agli dei: il tuono, il lampo, il fulmine, le nuvole, la pioggia, i terremoti, i vulcani, le piene del Nilo, i laghi Averni, i pozzi, le fonti, il magnetismo e le epidemie, argomento che consente la transizione all'apocalittico finale del libro e di tutto il poema: la descrizione della peste di Atene.